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| Fabrizio Anzolini - Valori che non possono abdicare |
Valori che non possono abdicare
Intorno al 1960 David Easton, politologo canadese attualmente professore all'Università della California, ha coniato una delle più condivise definizioni di politica degli ultimi 50 anni intendendo per politica “l'assegnazione imperativa di valori per una società”. Cercando di parafrasare Easton, quindi, l'impegno politico consisterebbe nel lavorare per concretizzare una particolare visione del mondo cercando di declinare nella realtà di ogni giorno valori e, soprattutto, scale valoriali.
Mentre una lettura della politica italiana della Prima Repubblica da questo punto di vista è praticabile, sia per l'assetto internazionale, sostanzialmente bipolare e caratterizzato dal confronto tra due “ideologie forti”, sia per il background storico-culturale su cui erano cresciuti i principali partiti dell'Arco Costituzionale (e non solo quelli), addentrarsi in una interpretazione della politica italiana attuale secondo uno schema basato sul dialogo tra visioni del mondo differenti risulta molto più difficile.
Con la nascita della Seconda Repubblica, nella maggior parte dei casi, il dibattito politico sembra aver smesso di concentrarsi sulla ricerca di differenti priorità e di differenti proposte per l'agenda politica del Paese per appiattirsi sul confronto tra tematiche che, in una scala di valori, hanno esattamente la stessa importanza sia per l'uno che per l'altro schieramento e solo modalità differenti di essere trattate.
Quando nel 2001 Berlusconi ha posto il problema dell'abbassamento della pressione fiscale (“meno tasse per tutti”) la risposta dello schieramento opposto non fu quella di anteporre un'altra tematica, più vicina a un mondo valoriale teoricamente differente, quanto la semplice proposta di un atteggiamento diverso per affrontare “il problema delle tasse”, una sfumatura diversa di un problema considerato, evidentemente, condivisibile.
Lo stesso, negli ultimi 15 anni, è accaduto in tante altre occasioni e a farne le spese è stato, nella maggior parte delle volte, il Centrosinistra, un Centrosinistra privo della capacità d'imporre proprie priorità nell'agenda politica.
Pensiamo al federalismo. Il dibattito che la Lega Nord è riuscita ad accendere attorno a questo tema non si è mai concentrato, almeno per la maggior parte delle forze politiche presenti in Parlamento, sulla necessità o meno di adottare un assetto federale né, tanto meno, sulla riflessione attorno all'opportunità di considerare adatto all'Italia un assetto di questo genere.
No. Anche in questo caso non si è sentita nessuna proposta alternativa, come se fosse stato scritto in maniera indelebile, nel futuro dell'Italia, il vantaggio di darsi un assetto federale. Solo sfumature diverse sul modo di trattare la questione. Il risultato? Sul federalismo fiscale il Partito Democratico si è astenuto e l'Italia dei Valori ha addirittura votato a favore.
E allo stesso modo potremmo andare avanti con tanti altri esempi di come il dibattito politico nazionale in gran parte degli ultimi 15 anni sia stato condizionato esclusivamente da una parte politica in uno stato di apparente assenza di una valida controparte e con il favore di una grande fetta dei media.
In uno scenario così, quindi, diventa difficile sentire voci fuori dal coro e, ancor di più, sperare che esse riescano ad emergere liberamente. “Non c'è ricambio - ha scritto recentemente Giuseppe De Rita - e una società senza ricambio è difficile che non imploda. Ognuno recita la sua soggettività. Si sa già cosa diranno Berlusconi, Fini o Casini e la gente a quel punto non ci crede più ”. Parole, in parte, condivisibili.
Credo che il totale appiattimento del dibattito politico e la paura del diverso, o di chi dice cose diverse, quel sentimento maggioritario che cerca di convincerci che il Presidente della Camera o lo stesso Casini facciano quello che fanno e dicano quello che dicono solo per distinguersi, solo per ritagliarsi uno spazio politico autonomo e non perché credano in un altro schema valoriale, in un altro disegno politico, penso che tutto questo vada a braccetto con la mancata formazione di una nuova classe dirigente. E penso che la classe dirigente di un sistema politico serio debba sapersi innovare e rinnovare e non possa puntare esclusivamente alla sua autoconservazione. Temo che, in fondo, manchi il coraggio, il coraggio delle proprie idee e dei propri valori. L'abbiamo visto a livello nazionale e, a volte, anche a livello locale. Come nel caso delle ronde, un altro tema imposto e cavalcato dalla Lega che, in questo deserto di proposte, trova sempre terreno fertile per le sue “puntuali” proposte.
Per mesi abbiamo scritto e parlato di ronde, di volontari e di sicurezza. Alla fine la legge è stata approvata. E lo stesso è avvenuto in Friuli Venezia Giulia dov'è stata approvata una norma dello stesso tipo, anche con il voto favorevole dell'Udc. La stessa Udc che a Roma dichiarava, per voce del Segretario Nazionale, che le ronde erano semplicemente “un'ulteriore campagna pubblicitaria del Governo, che invece di fare le ronde dovrebbe sostenere quelle forze dell'ordine che ha abbandonato e a cui ha tolto risorse”. Una posizione, quest'ultima, che personalmente ho completamente condiviso.
Ora nella nostra Regione si parla della chiusura degli ambulatori per le cure agli immigrati irregolari. Anche questo un tema imposto dalla Lega e, anche questo, un argomento del dibattito politico che da marginale il partito di Bossi è riuscito a far apparire fondamentale per l'agenda politica locale.
Anche in quest'occasione, purtroppo, ci siamo trovati di fronte a un'opposizione che ha messo in primo piano il rischio del contagio nel caso in cui un immigrato irregolare, portatore di una malattia infettiva, non fosse controllato ma finisse per girare liberamente per le strade dei nostri paesi. Un pericolo che esiste, è vero, ma che se non si vuol finire per cadere nell'errore di cui sopra (e cioè in un confronto politico le cui regole base sono dettate dalla Lega stessa) non può essere affrontato come la prima delle argomentazioni.
La questione, credo, è molto più semplice. Chi crede nella solidarietà e nell'accoglienza, chi non vuole chiudere gli occhi di fronte a una realtà, quella dell'immigrazione, che da dall'inizio degli anni '90 ha cominciato a coinvolgere l'Italia, e più in generale l'area mediterranea, tramutandole in mete d'arrivo da punti di partenza (quali sono state per anni), chi crede in tutto ciò non dovrebbe che opporsi e avere il coraggio di dire “no”.
Ci sono valori, come la solidarietà e l'accoglienza, a cui non ci si può appellare solo quando fa comodo o, ancor peggio, solo in campagna elettorale. Ci sono valori, e linee politiche, che non possono essere portate avanti solo a Roma. Ci sono valori che non possono abdicare. Ed è per questo che dal mio partito vorrei cominciare a sentir dire dei no, a certe proposte, anche in Friuli Venezia Giulia. Ci vuole coraggio.
Fabrizo Anzolini
Responsabile Formazione Giovani per il Nord Est Italia
e Consigliere Comunale di Udine
dell'Unione di Centro
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